Lo scandalo della chiarezza

Di Giulio Frigieri

Avete l’impressione, leggendo quotidiani o magazine, che la quantità di grafici e mappe usati per rappresentare informazioni sia in crescita esponenziale? Navigando in rete vi è sembrato che diagrammi e animazioni appaiano quasi ovunque e costituiscano ormai il corredo indispensabile alla presentazione dei dati? O forse sfogliando le pagine dell’ultimo manuale di giornalismo avete notato che la visualizzazione, insieme allo scraping e alle tecniche di ricerca investigativa, è presentata come l’arma più affilata nell’arsenale del data journalist post-moderno? Se avete colto uno di questi indizi o almeno una volta avete subito il fascino dell’architettura dei dati in forma grafica, fate già parte dell’inarrestabile corsa alla produzione e al consumo di infografica che investe il paesaggio informativo contemporaneo.

Con il termine infografica si indica sinteticamente una famiglia di dispositivi per il trattamento grafico dell’informazione: mappe, grafici, diagrammi, illustrazioni tecniche, matrici, la redazione dei quali può appartenere a diversi contesti editoriali, rientrare nelle più varie finalità comunicative, applicarsi a infiniti ambiti tematici, utilizzare tecnologie eterogenee e condurre a contrapposti esiti qualitativi.

Come orientarsi dunque all’interno di un panorama così intricato? Verrebbe da rispondere: con una mappa, naturalmente! Una mappa fatta di percorsi interpretativi più che di regole prescrittive, che esprima una riflessione e suggerisca alcuni itinerari possibili per avventurarsi in un ambito multidisciplinare affascinante, ricco di implicazioni e in vertiginosa evoluzione. Ecco l’intento generale del progetto Civic Infographics.

Ma c’è di più.

L’infografica ha una missione. È spesso chiamata a confrontarsi con questioni complesse e a raggiungere un pubblico non specializzato, talvolta impreparato all’uso dei dati. Deve semplificare senza banalizzare, sollevare interrogativi e offrire risposte, ma anche informare in modo chiaro, accattivante, sintetico. Mette in campo strategie di analisi e comunicazione volte a conquistare e trasformare il tempo e il modo in cui le persone consumano informazioni.

Già dai primi Anni Sessanta, grazie alla nascita di sistemi grafico-informatici, ma ancor più dal 1980, con la comparsa del Desktop Publishing (DTP), il processo di redazione infografica ha cominciato a diffondersi passando dall’uso di pennini, normografi e tiralinee alla grafica vettoriale computerizzata. Oggi Internet e il moltiplicarsi di applicazioni web per la visualizzazione dei dati agiscono come catalizzatori accelerando e rendendo evidente un processo cominciato ormai da decenni.

Niente di nuovo sotto il sole dunque? Tutt’altro.

A cambiare radicalmente lo scenario sono intervenuti almeno due fattori: la scala di diffusione dell’infografica, che si espande con Internet, oggi suo principale mezzo di produzione e consumo, e la concomitante democratizzazione dell’information graphics in termini d’uso.

L’infografica sta infatti uscendo dalla sfera d’esercizio di un ambito professionale ristretto per consentire l’appropriazione dal basso delle tecniche e degli strumenti che ne regolano la produzione.

Come e perché si sta verificando questo cambiamento? In che modo ciò ha a che fare con il diffondersi di tecnologie e pratiche mirate a rivitalizzare la partecipazione di comunità informate? In che misura la progressiva sovrapposizione tra utilizzatore e autore di infografiche rientra nei fenomeni di digital empowerment?

Gli interrogativi che scaturiscono dalla riflessione sull’infografica sono complessi e aprono scenari di ricerca inesplorati.

Mentre nuovi paladini della comunicazione tornano in scena per diffondere, a torto o a ragione, le ricette della migliore visualizzazione, sono ancora rari i tentativi di superare l’autoreferenzialità della disciplina per estendere la riflessione teorica e le pratiche virtuose oltre l’ambito degli addetti ai lavori.

Così sul versante della produzione proliferano infografiche feticcio che privilegiano la sensazionalità espressiva a scapito dell’intelligibilità, con scarsi effetti incrementali sulla circolazione del sapere. Quante volte visualizzazioni di spettacolare bellezza hanno sedotto il nostro sguardo e catturato la nostra attenzione, senza poi offrirci gli elementi per passare dall’infatuazione di un’occhiata alla scansione intelligente del loro contenuto?

All’altro estremo di un’ideale scala di sofisticazione, proliferano invece infografiche di dubbio valore informativo e altrettanto scarsa efficacia grafica. Nonostante l’ecosistema digitale – sempre più alfabetizzato in campo infografico e innervato dai social media come agenti di cura e distribuzione dei contenuti – selezioni già il materiale circolante, rimangono spesso indefinite le logiche che regolano tale selezione.

Se non indispensabile, appare quindi utile e necessario ragionare sui criteri di qualità, utilità ed uso dell’infografica. E questa è la finalità specifica del nostro Civic Infographics.

 

Criteri di qualità

 

La facile reperibilità di una matita, non ci rende illustratori capaci. Così l’accesso a un computer collegato in rete e la disponibilità di applicazioni gratuite per la visualizzazione, di per sé non generano un esercito di talentuosi visual editor.

La diffusione degli strumenti dovrebbe essere accompagnata da una altrettanto capillare acquisizione di principi e metodi validi indipendentemente dal contesto tecnologico o dall’uso di un particolare software. L’attenzione deve essere dunque rivolta alla semantica (la cura dei contenuti del grafico), alla sintassi (la scelta e l’articolazione delle forme grafiche di rappresentazione) e alla prassi, intesa come traduzione del contenuto in forme grafiche significative, ovvero alle parti di quella grammatica generativa che fondano l’infografica come linguaggio.

Parlare di un insieme di regole elementari da cui scaturiscono infinite combinazioni efficaci può sembrare a prima vista astratto, ma è solo un modo alternativo per dire che in campo infografico teoria e prassi sono più legate di quanto normalmente si creda. Il movimento dai dati all’informazione visualizzata graficamente, ovvero il processo di redazione infografica, dovrebbe prevedere una cura attenta di semantica, sintassi e prassi e l’adesione a un metodo fatto di ricerca, analisi, pianificazione, design, implementazione e validazione. Apparenza e sostanza si fondono, estetica e contenuto si saldano in un mutuo servizio. Le forme scelte per rappresentare i dati dipenderanno soltanto dal tipo di dati in esame e dalla necessità di restituire graficamente uno o più aspetti del loro andamento. I contenuti saranno analizzati, selezionati e distillati in elementi grafici per cui ogni segno avrà un significato e una ragion d’essere, senza grandi margini per il superfluo. All’interno della dimensione monosemica del linguaggio grafico, bellezza diventerà sinonimo di chiarezza ed efficacia.

Un criterio di qualità che valuti il rispetto di tali principi e la capacità dell’infografica di trasmettere in modo efficace informazioni e saperi, si fonderà sull’adesione al metodo e sugli esiti di visualizzazione in termini di efficacia grafica.

Certo non si tratta dell’unico criterio possibile. A dire il vero, all’interno del bilancio comunicativo, esso attribuisce un peso specifico superiore al destinatario dell’infografica, poiché giudica la qualità della rappresentazione in base alla capacità di raccontare una storia, di trasmettere un messaggio al referente.

Esiste tuttavia una qualità intrinseca dell’infografica, indipendente dall’esito della visualizzazione, che risiede nella sua utilità in quanto precipitazione di un processo cognitivo. L’infografica è infatti utile a chi la “legge”, ma innanzitutto a chi la realizza. Anzi è proprio il realizzarla a costituire forse la più importante e potente dimensione del suo impiego. Mentre viene costruita, prima ancora di mettere in relazione redattore e utente, essa struttura il sapere del suo autore. A guardare bene non funziona come un semplice strumento di comunicazione: più che trasmettere un’informazione, realizza il passaggio dalla virtualità di un problema all’attualità di un duplice atto di comprensione, che è dell’autore prima e del lettore poi.

L’infografica è dunque un’immagine della realtà, ma non una qualsiasi. Risulta ambivalente e scissa: trasmette informazioni e struttura saperi, descrive e prescrive, è formativa e informativa. Per un verso è scrittura geometrica e numerica, per l’altro rimane immagine soggettiva e parziale, sempre prodotta dall’intenzionalità di un soggetto che agisce su componenti informative.

L’edificio infografico si costruisce procedendo di osservazione in osservazione, ed è proprio attraverso l’innesto di tale ricerca su una matrice soggettiva che, all'interno di un lavoro autenticamente scientifico, il punto di vista si forma.

Muovendo dall’inesauribile miniera di frammenti informativi – i dati – che il lettore non ha più tempo di estrarre e ricomporre, l’autore legge e interpreta in modo personale fenomeni, anche complessi. Interpretazione e punto di vista, analisi e sintesi sono il vero valore aggiunto dell’infografica.

 

Civic Infographics

 

Contribuire allo sviluppo di una società informata e favorire la costruzione critica di un punto di vista su temi che toccano la vita di tutti: questa è la finalità primaria che anima lo spirito della Civic Infographics e definisce qui un ultimo criterio di qualità per l’infografica, al di là degli esiti di visualizzazione. Espressa dall’aggettivo civic, tale qualità non risiede soltanto nei risultati, ma è inscritta nei propositi della narrazione grafica.

La Civic Infographics è partecipativa. Mette in rilievo questioni urgenti e rilevanti, le interpreta e descrive attraverso la forza dell’artificio grafico, con l’intento di mostrare che i problemi non sono uno accanto all’altro, e quindi distanti, ma piuttosto gli uni dentro agli altri, e noi con loro in una rete di relazioni complesse.

La Civic Infographics usa il linguaggio grafico per “scandalizzare” cioè, intendendo il termine alla lettera, per risvegliare le coscienze critiche della civitas. Diventa lo skándalon, la pietra d’inciampo – insieme solidità del dato e chiarezza della forma – che lungo un itinerario di comprensione della complessità, fa sobbalzare e risveglia l’attenzione, ricorda che la realtà non è un piano monolitico, ma è ancora, e sempre più, l’ambito della ricorsività.

Ricorre alla giustapposizione di segni – alla logica del mapping – per far emergere un brano del mondo e rovesciarlo sul piano della rappresentazione, affinché rallenti il nostro passo e restituisca ad ogni sforzo di comprensione, che è impegno civile e culturale, il tempo che gli è dovuto.

(L'mmagine di copertina è di Dachris)

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