Una strana serie di coincidenze

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Cosa collega la città scomparsa di Catalhöyük, il padre della semiologia grafica Jacques Bertin, il più importante summit internazionale dell'infografica e l'astronomo olandese Langrenus cui si deve il nome di un cratere lunare? ....

Di Giulio Frigieri

1. La prima lezione della mappa: Catalhöyük. 2. La seconda lezione della mappa: modelli di comunicazione. 3. Lettura della carta e feedback. 4. La terza lezione della mappa: Jacques Bertin. 5. Semiologia (info)grafica

 

1. La prima lezione della mappa: Catalhöyük

La capacità e la tendenza umane a rappresentare graficamente un aspetto del mondo hanno preceduto l'utilizzo degli alfabeti. La mappa è stata il primo dispositivo per il trattamento grafico dell'informazione e quella di Catalhöyük (6200-6300 AC), ritenuta ad oggi la più antica, costituisce forse il prototipo ancestrale di ogni infografica.

Jacques Bertin (1918-2010) è noto per aver realizzato il primo e forse unico tentativo di elaborare la teoria della visualizzazione grafica statica. Il suo lavoro ha ispirato figure di riferimento per l'infografica contemporanea, come Edward Tufte e Bill Cleveland. Prima ancora di essere un teorico, Jacques Bertin era cartografo.

Il Summit Internazionale dell'Infografica, che dal 1993 convoca in Navarra i più autorevoli esperti e premia il meglio dell'infografica mondiale, è intitolato ad Alejandro Malofiej (1938-1987). Prima ancora di essere argentino e anarchico, Alejandro Malofiej era cartografo.

Michael Florent Van Langren (1598-1675), detto Langrenus, ha trascorso gran parte della propria vita studiando le fasi lunari. La storia dell'infografica lo ricorda come autore della prima rappresentazione grafica di dati statistici di cui si ha memoria, quella Variazione nella determinazione della longitudine tra Toledo e Roma (1644) che riguarda proprio la restituzione cartografica di una dimensione della Terra.

Se l'archetipo dell'infografica è la mappa, se il maggiore avanzamento della riflessione teorica sul trattamento grafico dell'informazione si deve a un cartografo, se il più importante summit mondiale di infografica è intitolato ad un cartografo, se il tema della prima rappresentazione basata su dati statistici è stato cartografico... si tratta solo di una strana serie di coincidenze?

O forse è più ragionevole ipotizzare che la carta geografica, costituisca la matrice di riferimento, e che la cartografia, e più estesamente il mapping, abbiano generato un terreno fertile in cui sono maturate tecniche e quadri interpretativi fondamentali per riflettere oggi sull'infografica?

Credit: Giulio Frigieri


2. La seconda lezione della mappa: modelli di comunicazione

Riconoscere che oggi si stia verificando una progressiva sovrapposizione tra utilizzatori e autori di infografica in un contesto ormai ubiquitario di produzione e consumo delle informazioni, ha alcune conseguenze di principio.

Da un lato induce a superare la concezione di un fruitore completamente dipendente dall'autore nel bilancio comunicativo. Dall’altro sembra presentare creazione e uso di infografica come componenti ormai indivisibili di un unico processo, in cui l’informazione si origina, è comunicata e produce un effetto.

Il modello impulso-trasmissione-effetto è tuttavia più adatto a descrivere la propagazione di un segnale elettrico, che a interpretare la complessità dei fattori coinvolti nella circolazione di informazioni per via infografica, e deve quindi essere oltrepassato.

Quando ha analizzato i meccanismi di produzione e trasmissione del messaggio, la cartografia ha elaborato una propria teoria e si è mossa da posizioni riduzioniste a modelli più raffinati e complessi. Essendo la carta geografica il prototipo di ogni infografica, ripercorrere le tappe salienti di quell'evoluzione è di indubbia utilità.

In passato i cartografi si sono preoccupati soprattutto dell'acquisizione di informazioni e degli strumenti di riproduzione o si sono domandati quali simboli funzionassero meglio di altri in relazione a determinati scopi.

Più recentemente, grazie all’incremento dei dati disponibili, alla loro più semplice reperibilità e al potenziamento delle tecnologie per l’elaborazione e la riproduzione dei documenti cartografici, è emersa la questione indilazionabile dello studio sulle modalità di trascrizione e percezione delle informazioni cartografiche. Oggi il paradigma è semiotico-cognitivo e il cartografo si domanda soprattutto come i simboli funzionano e sono percepiti.

Nel contesto ormai superato dei modelli comunicativi, la prima fase individuata riguardava invece la trasmissione dell’informazione dal redattore della carta all'utente, attraverso alcuni sotto-processi tradizionalmente descritti come segue [Anton Koláčný, 1968]

- La realtà conosciuta dal cartografo è solo una parte del tutto, strettamente legata alla sua capacità di interpretazione e alla sua cultura: è il prodotto dell’osservazione selettiva del mondo reale

- La selezione delle informazioni produce nel cartografo un'immagine semplificata della realtà (modello)

- Il cartografo trasforma mentalmente il modello in informazione attraverso il linguaggio cartografico

- Il cartografo esprime, mediante simboli sulla carta, l’immagine cartografica contenuta nella sua mente: così nasce la carta come prodotto concreto

- L’utente, che ha una propria conoscenza della realtà, è indotto ad accettare quella veicolata dalla carta

- L’utente, fidandosi dell’informazione cartografica, costruisce nel proprio intelletto un modello più complesso della realtà fornitagli dal cartografo

- L’utente arricchisce le proprie conoscenze e amplia la propria concezione della realtà mediante il modello cartografico

L'impalcatura di questo schema è debole e deve essere rinforzata e corretta tenendo in considerazione la capacità critica dell'utente e introducendo il concetto di “feedback” inteso come retroazione del circuito comunicativo cartografico.

 

3. Lettura della carta e feedback

Nei suoi studi sullo sviluppo cognitivo, Jérome Seymôur Bruner [1966] ha individuato tre possibili modi per acquisire conoscenza.

Nel primo la conoscenza deriverebbe dall’azione e dalla presa di coscienza del mondo attraverso l’interazione fisico-motoria del soggetto con la realtà circostante.

Il secondo modo è definito “iconico” e consisterebbe nell’immediata associazione tra immagini già memorizzate di oggetti conosciuti prima figurativamente e gli stessi oggetti poi sperimentati in concreto. Una sorta di mutuo riconoscimento tra memoria di immagini e mondo sensibile.

Il terzo modo è quello simbolico e richiede l’esistenza di un linguaggio capace di trasformare la rappresentazione di elementi separati, i simboli, rapportandoli ai significati e combinandoli mediante regole.

Secondo Joel Morrison [1978] condizione necessaria per poter affermare l’esistenza di un linguaggio della cartografia è riconoscere nella carta proprio le attività proto-simboliche descritte da Bruner, sulle quali si fonda il linguaggio in generale.

Morrison ha evidenziato sinteticamente tre classi di operazioni riconoscibili nell’attività di lettura della carta:

     

  • ricerca, posizionamento, identificazione;
  • delimitazione, verifica;
  • stima, comparazione, deduzione, misura.
  •  

Durante la perlustrazione visiva dei piani significativi della carta, molte di queste operazioni vengono ripetute dall’utente e individuano il campo d'azione del suo spirito critico.

Lo schema tradizionale che abbiamo descritto inizialmente non prevedeva queste fasi e sembrava chiudere il processo con la lettura neutra e l’assorbimento di nozioni e modelli da parte del “lettore”.

In realtà l’utilizzatore della carta non è uno spettatore inerte e spesso rifiuta i modelli e le interpretazioni da essa veicolati:

«Quella del lettore non è una semplice funzione passiva di “ricettore” (…), l’uso di un documento cartografico impone un complesso di attività da parte del fruitore, il quale lo osserva in base alla propria concezione della realtà e ricercando in esso le risposte e le informazioni che lo interessano in modo particolare. Esiste anzi un fenomeno di retroazione (feedback) tra fruitore e cartografo in quanto l’uso e la valutazione del documento grafico fatto dal primo può servire al secondo quale verifica dell’efficacia o meno del medium (carta) come veicolo di trasmissione per dati e informazioni» [Stefano Torresani, 1996].

 

4. La terza lezione della mappa: Jacques Bertin

Il sempre più diffuso impiego delle carte tematiche, oltre ad accendere il dibattito sul loro ruolo come mezzi di comunicazione, ha sollecitato l’elaborazione di una grammatica della grafica. Su questo punto un contributo fondamentale si deve a Jacques Bertin [1967, 1977].

Anche se talvolta sono state giudicate enigmatiche o infondate empiricamente [Monmonier 1983; Board 2008], soprattutto in rapporto ad affermazioni del tipo: «la densità dell’informazione non dovrebbe superare i dieci segni per centimetro quadrato»  [Jacques Bertin, 1977], le riflessioni di Jacques Bertin sulla grafica e sul trattamento grafico dell’informazione hanno fatto scuola.

La sua analisi oggi può soffrire anche l’obsolescenza di un contesto tecnologico distante. Alla fine del 1960 la cartografia automatica stava infatti compiendo i primi passi e le prassi di redazione cartografica incontravano ostacoli tecnici tali da condizionare il ragionamento sulle migliori modalità di visualizzazione.

Al di là di questi limiti, uno dei meriti principali del cartografo francese è stato quello di capire che, significando rappresentazione, la cartografia mette in campo un codice grafico con la funzione di rendere immediatamente evidenti relazioni più difficilmente comunicabili attraverso il discorso. E questo è uno degli aspetti che unificano l’ambito cartografico, al di là di qualsiasi ripartizione o tassonomia.

Vale per l'infografica in generale molto di quanto Bertin afferma per la mappa. E per la mappa vale quanto Rudolf Arnheim dice del medium visivo che

«è tanto enormemente superiore perché offre equivalenti strutturali di tutte le caratteristiche degli oggetti, eventi e relazioni. La varietà delle forme visuali disponibili è grande quanto quella dei possibili suoni del linguaggio, ma quello che conta è che esse si possono organizzare secondo patterns prontamente definibili, di cui le forme geometriche sono l’illustrazione più tangibile. La virtù principale del medium visuale è quella di rappresentare le forme in uno spazio bidimensionale e tridimensionale, in confronto con la sequenza monodimensionale del linguaggio verbale.

Questo spazio polidimensionale non soltanto offre al pensiero efficaci modelli di oggetti fisici o di eventi, ma rappresenta pure isomorficamente le dimensioni che occorrono al ragionamento teorico» [Rudolf Arnheim 1969, p. 273].

 

5. Semiologia (info)grafica

Mentre l’uso del linguaggio “naturale” è un processo che costruisce concetti associando lettere e suoni, la cartografia, e possiamo dire estesamente l'infografica, costruisce fasci di relazioni associando forme.

In ciò si può riconoscere una base comune: la funzione semiotica, da “semiosi” intesa come azione del designare un significato.

La semiologia, disciplina che non si occupa soltanto dello studio dei codici comunicativi, ma intende anche descrivere e spiegare le strutture della conoscenza, afferma che quest’ultima mette in rapporto due universi del discorso, ovvero due ordini di fatti, dei quali uno si rapporta al reale e l’altro ad una intenzionalità del soggetto.

È stato Ferdinand de Saussure (1857-1913) a mettere per primo in evidenza, per la linguistica, che ogni atto di comunicazione unisce un ordine di oggetti sensoriali e un ordine di intenzioni soggettive: «è il punto di vista che fa la cosa» [Ferdinand de Saussure, 1906].

Attraverso la stessa espressione si possono comprendere anche i limiti di qualsiasi carta o rappresentazione infografica, che non è modello del vero se non in rapporto a un’azione soggettiva sulla realtà.

Così si può concludere che: «la cartografia è un sistema codificato di comunicazione grafica; dunque esercita una funzione semiotica al medesimo titolo della lingua; (…) il principio ordinatore di una carta è il piano su cui si effettua una riduzione del reale in rapporto alla volontà di analizzare certe relazioni.

L’autore di qualsiasi documento grafico si deve fare obbligo di definire un codice, cioè la corrispondenza che egli stabilisce tra una serie di elementi rappresentati, in cui ogni coppia forma un sema» [Charles Hussy, 1984].

In realtà, il rapporto tra linguaggio verbale e linguaggio cartografico, solleva una ben più vasta mole di problemi teorici. Quello che tuttavia qui preme sottolineare è che in semiologia un sema designa un’entità dalla doppia dimensione, quella significante e quella significata e, proprio ricorrendo ad una struttura semiotica (un codice), chi realizza documenti grafici stabilisce una corrispondenza biunivoca tra significanti e significati.

Tale corrispondenza biunivoca manca invece al linguaggio naturale il quale, ambiguo per natura, prevede sempre l’esistenza di uno scarto tra significante e significato.

Sostenendo che la grafica costituisce il livello monosemico del mondo delle immagini, Jacques Bertin suggerisce come essa rappresenti l’ambito razionale in cui si comprendono le relazioni tra insiemi.

Il suo discorso chiama in causa chi intende utilizzare la grafica per tradurre un pensiero già formulato e chi vuole farne uno strumento di elaborazione per estrarre dai dati un livello superiore di conoscenza.

Secondo Bertin “capire” significa infatti coagulare una massa di frammenti informativi, attraverso la scoperta di elementi simili, insiemi superiori e relazioni. Ma questo è appunto il problema dell’informazione. Essa è, in ultima istanza, sempre il risultato di un’analisi finalizzata al decidere o al comunicare.

Se l’informazione è una relazione, essa è utile nella misura in cui consente un accorpamento di porzioni elementari o dati.

Solo attraverso tale processo è infatti possibile liberare le rappresentazioni grafiche dal ruolo di illustrazioni che a lungo è stato loro attribuito e muoversi verso il livello più edificante della grafica di elaborazione.

Si può partire da un problema e dalla corrispondente tabella dei dati, scegliere la grafica come linguaggio di elaborazione e raggiungere un livello superiore di conoscenza attraverso trasformazioni successive dell’immagine. Le strutture e relazioni emergenti saranno meglio percepibili e più facilmente memorizzabili.

Bertin considera le rappresentazioni grafiche che rinunciano all’efficacia visiva per rappresentare troppe informazioni, inutili sul versante della comunicazione.

Per il trattamento grafico dell’informazione rimane fondamentale il rispetto di alcuni principi della percezione visiva sul piano (chiusura, somiglianza, vicinanza) e l’uso appropriato delle variabili visive (posizione, orientamento, forma, grandezza, riempimento), grazie a cui è possibile ridurre la complessità senza distruggere i dati di partenza e trascrivere con efficacia l’informazione, per far emergere talvolta strutture e relazioni significative.

In questo senso «la scoperta delle relazioni avviene attraverso le elaborazioni che altro non sono se non delle semplificazioni della realtà, dove quest’ultima a priori è costituita sempre da una massa informe di elementi (i dati) mentre a posteriori è conosciuta attraverso la lettura (o descrizione sintetica) dei soli rapporti significativi che sussistono fra tali elementi: è il riconoscimento appunto della forma o della struttura sottostante quella realtà» [Sergio Bolasco, 1981].

La vera e propria “immagine” per Bertin è quella forma significativa percepibile in un istante di visione, che assolve tre funzioni fondamentali:

     

  • è inventario che sostituisce la memoria
  • è strumento di trattamento dell’informazione che consente di svelare correlazioni e talvolta di esprimerne una misura
  • è mezzo di comunicazione capace di trasmettere un messaggio imprimibile nella memoria.

 

L’istantaneità nella percezione del significato da parte dell’utente, reclamata da Bertin come parametro di misurazione dell’efficacia del medium, non è sempre valida nel campo della comunicazione grafica.

Un conto è respingere le carte che Bertin definisce “da leggere”, cioè quelle rappresentazioni che ostacolano la percezione e distruggono l’unità dell’immagine volendo sovrappore una congerie di informazioni. Altra cosa è invece pretendere un’istantaneità del transfert da parte di un mezzo che spesso può essere letto solo attraverso una scansione paziente dei suoi strati informativi. Una mappa che richieda un’analisi visuale prolungata non è sempre inefficace.

Più in generale le proprietà apprezzabili dell'infografica non riguardano solo l’accelerazione della comunicazione. Il trattamento grafico dell'informazione offre spesso un tipo di conoscenza qualitativamente distinta, irraggiungibile con altri mezzi e indipendente dai tempi di elaborazione, soprattutto se si crede che il migliore degli insegnamenti non valga quanto ciascuno scopre da sé, col proprio ritmo.

Di Bertin rimane comunque fondamentale l’approccio semiologico allo studio della grafica, individuabile nella separazione-collegamento fra significante e significato e nel riconoscimento di un doppio livello di correlazione: «l’uno dovuto agli aspetti “formali” esistenti fra gli elementi (i rapporti d’ordine, proporzionalità e complementarietà fra le parti di un insieme) che è quello sintattico, l’altro agli aspetti di “contenuto” (le logiche ordinatrici, indotte da quei rapporti, sui concetti che definiscono le parti dell’insieme) che è appunto un livello propriamente semantico» [Sergio Bolasco, 1981].

 


 

Bertin Jacques, Sémiologie graphique: les diagrammes, les réseaux, les cartes. 1967

Bertin Jacques, La graphique et le traitement graphique de l’information. 1977

Ware Colin, Information visualization. Perception for design. 2004

Koláčný Anton, Cartographic information: a fundamental concept and term in modern cartography, The Cartographic Journal, v. 6, n.1, pp. 47-49. 1968

Bruner Jérome Seymôur, et al, Studies in cognitive growth, a collaboration at the Center for Cognitive Studies. 1966

Morrison Joel, Les implications des idées de deux psychologues sur les travaux de la commission de l’A. C. I. sur la Communication Cartographique, Cartographica. The International Journal for Geographic Information and Geovisualization, Vol. XV, n. 2, pp. 167-198. 1978

Torresani Stefano e Lodovisi Achille, Storia della cartografia. 1996

Arnheim Rudolf, Visual thinking, 1969. Traduzione italiana: Il pensiero visivo, 1974.

De Saussure Ferdinand, Cours de linguistique générale, 1906. Edizione italiana: Corso di linguistica generale, De Mauro T. (a cura di). 1968

Hussy Charles. I concetti della cartografia: il loro ruolo nella ricerca geografica. In “I concetti della Geografia umana” di Antoine S. Bailly et al. 1989

Bolasco Sergio, Introduzione all'edizione italiana di La graphique et le traitement graphique de l’information. 1981

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